Le Repubbliche e gli Stati scomparsi dall’Europa: divisioni etniche e religiose
Le lezioni della storia per le nuove sfide identitarie del XXI secolo

Nel corso del novecento l’Europa ha visto nascere e scomparire numerosi Stati. Guerre, rivoluzioni e crolli di sistemi politici hanno ridisegnato la mappa del continente, spesso rivelando fratture profonde legate a identità nazionali, etniche e religiose. Queste divisioni hanno giocato un ruolo centrale nella dissoluzione di molti Paesi.
La Jugoslavia: fratture religiose ed etniche
La Jugoslavia nacque nel 1918 con l’ambizione di unire i popoli slavi del Sud. Serbi ortodossi, croati e sloveni cattolici, bosniaci musulmani convivevano all’interno dello stesso Stato, prima monarchico e poi socialista sotto Tito.
Le differenze religiose rappresentavano marcatori identitari forti.
Dopo la morte di Josip Broz Tito nel 1980, la Jugoslavia entrò in una fase di profonda crisi economica e politica. L’indebolimento delle istituzioni federali e la crescente instabilità favorirono la rinascita dei nazionalismi nelle diverse repubbliche. In questo contesto, la religione tornò a svolgere un ruolo centrale come elemento di identità collettiva e strumento di mobilitazione politica: la Chiesa ortodossa serba sostenne le posizioni di Belgrado, la Chiesa cattolica croata accompagnò il processo di indipendenza della Croazia, mentre i leader bosniaci musulmani fecero sempre più riferimento all’identità islamica. Le tensioni etniche e religiose si rifletterono anche nella distruzione sistematica di moschee, chiese ortodosse e cattedrali cattoliche, colpite come simboli delle comunità avversarie nell’ambito delle campagne di pulizia etnica.
La situazione precipitò all’inizio degli anni Novanta. Nel 1991 Slovenia e Croazia proclamarono l’indipendenza, seguite dalla Bosnia-Erzegovina nel 1992. La dissoluzione della federazione jugoslava diede origine a una serie di conflitti particolarmente sanguinosi: la guerra in Croazia (1991-1995), la guerra in Bosnia (1992-1995) e, alcuni anni dopo, il conflitto del Kosovo (1998-1999). Queste guerre furono caratterizzate da violenze diffuse contro le popolazioni civili, deportazioni, assedi e massacri che segnarono profondamente la storia europea contemporanea.
Negli anni successivi la Jugoslavia cessò definitivamente di esistere: dalla sua dissoluzione nacquero gli Stati indipendenti di Slovenia, Croazia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia del Nord, Serbia e Montenegro, mentre il Kosovo dichiarò l’indipendenza nel 2008, ottenendo un riconoscimento internazionale non unanime.
Sebbene i conflitti armati siano terminati, le divisioni etniche e religiose continuano ancora oggi a influenzare la vita politica e sociale dei Balcani.
La Cecoslovacchia: identità nazionali e appartenenze religiose
La Cecoslovacchia, nata nel 1918, univa cechi e slovacchi. Nel corso dei decenni emersero differenze significative anche sul piano religioso. La parte ceca aveva una tradizione di maggiore secolarizzazione e una storia di distanza dalla Chiesa cattolica (forte presenza di tradizioni hussite e poi ateismo di Stato), mentre la Slovacchia manteneva una forte identità cattolica, con la Chiesa profondamente radicata nella società rurale e nella cultura nazionale.
Durante il comunismo il regime tentò di controllare e limitare l’influenza della Chiesa, soprattutto in Slovacchia, dove il cattolicesimo divenne simbolo di resistenza silenziosa all’autorità centrale di Praga. Quando nel 1993 avvenne la separazione pacifica, le diverse sensibilità religiose e culturali contribuirono a rendere naturale il “divorzio di velluto”.
La Prussia: protestantesimo, militarismo e identità tedesca
Il Regno di Prussia fu per secoli uno dei principali pilastri dello Stato tedesco, caratterizzato da una forte impronta protestante luterana nell’élite dirigente, nell’amministrazione e nella cultura politica. Questa tradizione religiosa si intrecciava con valori quali disciplina, senso del dovere, efficienza burocratica e fedeltà allo Stato, contribuendo alla formazione di una solida identità nazionale. Sotto sovrani come Federico II di Prussia, la Prussia divenne una delle maggiori potenze europee e svolse un ruolo decisivo nel processo di unificazione della Germania guidato da Otto von Bismarck nel 1871.
Pur essendo prevalentemente protestante, la Prussia governava anche vaste popolazioni cattoliche, soprattutto nelle regioni occidentali. Questa situazione diede origine nel XIX secolo al cosiddetto Kulturkampf, una serie di misure promosse da Bismarck per limitare l’influenza politica della Chiesa cattolica e rafforzare l’autorità dello Stato.
Dopo la sconfitta della Germania nella Seconda guerra mondiale, le potenze alleate considerarono la Prussia uno dei simboli del militarismo e dell’autoritarismo tedeschi. Con una legge del 1947 ne decretarono formalmente l’abolizione, ponendo fine a uno Stato che esisteva da oltre due secoli. I suoi territori furono smembrati e divisi tra le nuove entità amministrative tedesche e gli Stati confinanti. Le regioni orientali della Prussia, tra cui la Prussia Orientale, la Slesia e parte della Pomerania, furono assegnate principalmente alla Polonia e all’Unione Sovietica.
Tra il 1945 e il 1950 milioni di tedeschi furono costretti ad abbandonare le loro terre d’origine in quello che rappresentò uno dei più grandi spostamenti di popolazione della storia europea contemporanea. Con la perdita dei territori storici e la dispersione delle comunità locali, l’identità prussiana-protestante, che per secoli aveva esercitato una forte influenza sulla storia tedesca e centroeuropea, scomparve come realtà politica e territoriale. Tuttavia, il suo patrimonio culturale e amministrativo continua ancora oggi a essere oggetto di studio e dibattito tra gli storici, che discutono sul rapporto tra la tradizione prussiana, il nazionalismo tedesco e gli eventi del XX secolo.
Analfabetismo religioso in Occidente e conseguenze geopolitiche
Il Territorio Libero di Trieste (1947-1954)
Il breve esperimento del Territorio Libero di Trieste nacque nel 1947 come compromesso tra Italia e Jugoslavia per risolvere la contesa sul confine orientale dopo la Seconda guerra mondiale. Il territorio fu diviso in due aree amministrative: la Zona A, con Trieste sotto controllo anglo-americano e a maggioranza italiana e cattolica, e la Zona B, amministrata dalla Jugoslavia e abitata da consistenti comunità slovene e croate.
Le divisioni nazionali si sovrapponevano alle appartenenze religiose: la Chiesa cattolica locale divenne spesso luogo di affermazione dell’italianità nella Zona A, mentre nella Zona B parte del clero sloveno e croato sostenne l’integrazione jugoslava. Le tensioni erano aggravate dalle ferite lasciate dalla guerra, tra cui le foibe, ossia le uccisioni e le sparizioni di migliaia di italiani e oppositori del regime jugoslavo da parte delle forze comuniste di Josip Broz Tito, e dal successivo esodo istriano-dalmata che costrinse molte famiglie italiane ad abbandonare le proprie terre.
Nel 1954, con il Memorandum di Londra, il territorio fu diviso tra Italia e Jugoslavia, ponendo fine a questo Stato ibrido. La definizione definitiva del confine arrivò poi con il Trattato di Osimo. La vicenda di Trieste rimane ancora oggi un simbolo della complessità dei rapporti tra identità nazionali, memoria storica e convivenza tra popoli diversi.
La Germania Est: protestantesimo, ateismo di Stato e divisione
La Repubblica Democratica Tedesca (1949-1990) nacque nella parte orientale della Germania, una regione storicamente caratterizzata da una forte presenza del protestantesimo luterano, eredità della Riforma avviata da Martin Lutero. Con l’instaurazione del regime comunista, lo Stato promosse una politica di secolarizzazione e ateismo ufficiale, limitando l’influenza delle Chiese nella vita pubblica e scoraggiando la partecipazione religiosa, soprattutto tra i giovani.
Le comunità protestanti, in particolare la Chiesa evangelica, si trovarono in una posizione complessa. Pur sottoposte a controlli e pressioni da parte dello Stato, riuscirono a mantenere una certa autonomia rispetto ad altre istituzioni della società civile. Alcuni esponenti ecclesiastici collaborarono con il regime, mentre altri trasformarono le chiese in spazi di confronto, dibattito e opposizione pacifica.
Negli anni Ottanta, diverse comunità religiose divennero centri di aggregazione per movimenti pacifisti, ambientalisti e per i sostenitori dei diritti civili. Particolarmente importanti furono le cosiddette “preghiere del lunedì” organizzate nella Chiesa di San Nicola a Lipsia, che contribuirono alla nascita delle manifestazioni di massa del 1989 contro il regime comunista. Queste proteste ebbero un ruolo significativo negli eventi che portarono alla caduta del Caduta del Muro di Berlino e al successivo processo di riunificazione tedesca.
Con la riunificazione del 1990 emersero chiaramente le differenze religiose sviluppatesi durante i quarant’anni di divisione. Mentre nella Germania occidentale la pratica religiosa era rimasta relativamente diffusa, nell’Est molti cittadini erano ormai cresciuti in un contesto fortemente secolarizzato. Ancora oggi i territori dell’ex Germania orientale figurano tra le regioni meno religiose d’Europa, testimonianza dell’impatto duraturo delle politiche adottate durante il periodo comunista.
L’Unione Sovietica: il grande mosaico religioso ed etnico
L’URSS rappresentò uno degli esempi più vasti e complessi di Stato multinazionale del XX secolo. Al suo interno convivevano numerosi gruppi etnici e religiosi: cristiani ortodossi (russi, ucraini, bielorussi, georgiani), cattolici (soprattutto in Lituania e nell’Ucraina occidentale), musulmani (nelle repubbliche dell’Asia Centrale e nel Caucaso, oltre ai Tatari del Volga), ebrei, luterani (in Estonia e Lettonia) e molte altre minoranze confessionali e culturali.
Dopo la rivoluzione bolscevica del 1917, il nuovo Stato sovietico adottò una politica di ateismo di Stato e di controllo rigoroso della religione. Sotto il regime di Joseph Stalin, soprattutto negli anni Trenta, si intensificarono le campagne contro le istituzioni religiose: migliaia di chiese, moschee e sinagoghe furono chiuse o distrutte, e numerosi religiosi furono perseguitati, incarcerati o deportati nei gulag. Anche intere popolazioni accusate di “slealtà” furono deportate, come i tatari di Crimea e alcuni gruppi del Caucaso.
Nonostante la repressione, le pratiche religiose non scomparvero del tutto: molte comunità continuarono a vivere la fede in modo clandestino o privato. Con la politica di apertura di Mikhail Gorbachev (perestrojka e glasnost), negli anni Ottanta lo spazio religioso riemerse progressivamente nella sfera pubblica.
Le identità religiose si intrecciarono sempre più con le rivendicazioni nazionali. Nei Paesi Baltici il cattolicesimo e il luteranesimo divennero simboli dell’indipendenza; nel Caucaso e in Asia Centrale l’islam tornò a essere un elemento centrale dell’identità collettiva; in Russia e Ucraina l’ortodossia rafforzò i processi di costruzione nazionale, ma anche le tensioni interne tra diverse giurisdizioni ecclesiastiche.
Queste dinamiche contribuirono al collasso dell’Unione Sovietica nel 1991. Dalla sua dissoluzione nacquero quindici Stati indipendenti: Russia, Ucraina, Bielorussia, Moldavia, Estonia, Lettonia, Lituania, Georgia, Armenia, Azerbaigian, Kazakistan, Uzbekistan, Turkmenistan, Kirghizistan e Tagikistan.
Mikhail Gorbaciov e un pezzo di storia se ne va
Conclusione: Le nuove fratture religiose del XXI secolo
La storia degli Stati scomparsi nel Novecento dimostra che le divisioni etniche e religiose, quando non gestite con realismo e fermezza, possono erodere dall’interno anche le costruzioni politiche più apparentemente solide. Oggi l’Europa si trova di fronte a una nuova sfida di questo tipo.
L’immigrazione di massa di popolazioni prevalentemente musulmane da Medio Oriente, Africa settentrionale e Asia meridionale sta creando, in molti Paesi europei, comunità parallele con valori culturali e religiosi spesso in contrasto con quelli della tradizione europea (secolarizzata, cristiana o post-cristiana). Fenomeni come l’aumento di antisemitismo, aggressioni sessuali concentrate, richieste di applicazione della sharia in alcune zone, radicalizzazione islamista e formazione di enclave difficili da controllare indicano che l’integrazione non sta avvenendo su larga scala.
Queste dinamiche potrebbero generare nuove tensioni identitarie simili a quelle che hanno dissolto la Jugoslavia o accelerato il crollo dell’URSS: da una parte un’identità europea indebolita e timorosa di affermarsi, dall’altra un islam che in alcune sue correnti rifiuta il principio stesso di separazione tra religione e politica. Se le élite europee continueranno a ignorare o minimizzare questi attriti, il rischio concreto è quello di vedere, tra qualche decennio, nuove fratture sociali, enclave etno-religiose, conflitti locali e possibili ridefinizioni politiche o territoriali anche all’interno degli attuali Stati nazionali.
La lezione della storia è chiara: i confini e gli Stati durano solo finché corrispondono alle identità reali delle popolazioni che li abitano. Ignorare le differenze religiose e culturali profonde non le fa scomparire, ma le rende esplosive. L’Europa del futuro dipenderà dalla capacità di riconoscere questa realtà e di difendere coerentemente la propria civiltà, prima che nuove divisioni rendano irreversibile il cambiamento.






