La ricerca dell’autonomia strategica in un mondo che si frammenta
Paradossalmente, i dazi del “giorno della liberazione” imposti dal presidente Trump hanno spinto sia i Paesi della maggioranza globale sia le nazioni occidentali a perseguire un’autonomia strategica di lungo periodo.
In sintesi
-
-
-
-
-
-
-
-
I Paesi della Maggioranza Globale vedono l’autonomia come uno strumento di emancipazione post-coloniale
-
L’autonomia europea mira a ridurre la dipendenza dagli Stati Uniti e dalla Cina
-
La spinta verso l’autonomia sarà in larga misura guidata dal pragmatismo
-
-
-
-
-
-
-

Il concetto di autonomia strategica è emerso come un termine chiave nelle relazioni internazionali contemporanee, soprattutto mentre il panorama globale si orienta verso una configurazione sempre più multipolare. Nella sua essenza, l’autonomia strategica si riferisce alla capacità di uno Stato – o di un’entità politica come l’Unione europea – di definire autonomamente le proprie priorità in materia di politica estera e di sicurezza. Significa poter prendere decisioni indipendenti senza influenze esterne e disporre delle risorse necessarie, sia materiali sia istituzionali, per attuarle, in cooperazione con altri o, quando necessario, in modo autonomo.
Sebbene nessun Paese possa realmente rivendicare una piena indipendenza in un mondo interconnesso, l’idea di autonomia strategica funge da obiettivo pratico. Essa mira ad ampliare la flessibilità e la capacità di manovra di una nazione entro i limiti dell’interdipendenza.
L’importanza dell’autonomia strategica
La rinnovata rilevanza dell’autonomia strategica è strettamente legata all’evoluzione delle dinamiche della politica globale. Una serie di sviluppi – l’imposizione di dazi da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump nei confronti di numerosi partner commerciali, l’emergere della Cina come grande rivale economico e tecnologico, la riaffermazione della Russia come potenza espansionista e il crescente attivismo di potenze medie come India, Turchia e Arabia Saudita – hanno tutti contribuito a un contesto più competitivo e pluralistico.
Affidarsi a un unico patrono dominante o a una sola alleanza è diventato sempre più rischioso. Le tradizionali garanzie di sicurezza e di accesso ai mercati non possono più essere date per scontate e la volatilità degli ultimi anni ha messo in evidenza la fragilità della dipendenza.
Per molti governi, la ricerca dell’autonomia offre maggiore flessibilità. Piuttosto che legarsi esclusivamente a un blocco o a una grande potenza, gli Stati preferiscono oggi coltivare relazioni multiple con partner diversi, così da poter adattare le proprie alleanze al mutare delle circostanze. La politica di multi-allineamento dell’India, ad esempio, incarna bene questa logica: Nuova Delhi intrattiene rapporti con gli Stati Uniti, la Russia e numerosi altri partner internazionali, rifiutando però di diventare subordinata a uno di essi.
Proteggere la sovranità e gli interessi nazionali
Per l’India, così come per molti altri Paesi della Maggioranza Globale, l’idea di autonomia è profondamente radicata nella lotta storica contro il colonialismo e nella tradizione del non allineamento che ha plasmato gran parte della loro azione diplomatica nel corso del XX secolo.
Al contrario, la ricerca dell’autonomia strategica da parte dell’Unione europea nasce da una motivazione diversa: la crescente convinzione che l’Europa sia stata eccessivamente dipendente dagli Stati Uniti per la propria sicurezza, nonostante i tentativi di affermarsi come potenza normativa attraverso la diplomazia e l’integrazione economica. L’invasione russa dell’Ucraina ha ulteriormente messo in luce le vulnerabilità europee, sia sul piano della dipendenza energetica sia su quello delle capacità militari, rendendo il dibattito sull’autonomia molto più urgente.
Un’altra ragione per cui questa idea sta guadagnando terreno è che l’autonomia non riguarda più soltanto la difesa o la politica estera. Essa comprende sempre più anche le dimensioni economica, tecnologica e digitale. Le interruzioni delle catene di approvvigionamento durante la pandemia di Covid-19 hanno mostrato quanto persino le economie più avanzate possano essere vulnerabili quando beni essenziali sono concentrati in regioni lontane o politicamente sensibili.
Allo stesso modo, i controlli sulle esportazioni e la competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina hanno dimostrato come l’interdipendenza economica possa essere trasformata in un’arma. Di conseguenza, il concetto di “sovranità tecnologica” o “autonomia digitale” è diventato centrale nel pensiero strategico in Europa e in Asia. Progettare, produrre e mettere in sicurezza tecnologie chiave a livello nazionale, o all’interno di reti considerate affidabili, è oggi fondamentale per il potere nazionale.
Tuttavia, perseguire l’autonomia strategica comporta una serie di sfide. Può essere costoso e politicamente complesso, risultando talvolta economicamente inefficiente.
Federalismo Elvetico tra autonomie e coesione
I costi e i compromessi dell’autonomia
Il costo più evidente è quello finanziario. La creazione di capacità militari e industriali indipendenti, la riduzione della dipendenza da fornitori esterni e il mantenimento della prontezza per operazioni autonome richiedono investimenti ingenti e continui.
Ad esempio, il piano ReArm Europe / Readiness Plan della Commissione europea prevede investimenti per 800 miliardi di euro nei prossimi anni, con l’obiettivo di rafforzare in modo significativo le capacità militari. Ciò è in linea con l’impegno della maggior parte dei Paesi dell’UE – che sono anche membri della NATO – a destinare alla difesa il 5 per cento del prodotto interno lordo entro il 2030, rispetto al 2,1 per cento del 2025.
Lo stesso vale per la sovranità tecnologica e industriale: riportare la produzione sul territorio nazionale, investire nella ricerca e sviluppo interna e diversificare le catene di approvvigionamento può aumentare la resilienza, ma anche far lievitare i costi rispetto alle alternative offerte dal mercato globale.
Un Paese che privilegia l’autosufficienza può rinunciare ai vantaggi economici dell’integrazione globale.
Il secondo costo è di natura politica. L’autonomia può mettere sotto pressione i rapporti con gli alleati, che potrebbero interpretarla come un segnale di disaccoppiamento o di sfiducia. Le ambizioni europee di indipendenza nel settore della difesa, ad esempio, hanno talvolta generato frizioni con gli Stati Uniti, che restano il principale garante della sicurezza europea attraverso la NATO.
All’interno dell’UE, il termine autonomia strategica assume significati diversi. Per la Francia indica la capacità di proiezione autonoma del potere; per la Germania rimanda più spesso a un rafforzamento cooperativo delle capacità; per gli Stati membri più piccoli, invece, può apparire come un obiettivo costoso o poco realistico.
Sul piano interno, la ricerca dell’autonomia può inoltre richiedere maggiori spese per la difesa, nuove imposte o sussidi all’industria nazionale: misure che possono risultare impopolari o politicamente difficili da sostenere nel tempo.
Esiste infine un costo opportunità. Un Paese che dà priorità all’autosufficienza rischia di rinunciare ai benefici economici dell’integrazione globale. Una piena indipendenza in tutti i settori non è né realizzabile né auspicabile, e un’enfasi eccessiva sull’autonomia può condurre a inefficienze o isolamento.
L’autonomia strategica dovrebbe quindi essere calibrata in modo selettivo, concentrandosi sulle vulnerabilità reali piuttosto che perseguire l’autosufficienza totale come fine a sé stesso. Inoltre, la transizione verso l’autonomia richiede tempo.
Quali Paesi possono permettersi l’autonomia strategica?
Solo una manciata di Stati possiede la scala e le risorse necessarie per perseguire un’autonomia strategica significativa in più ambiti contemporaneamente. Tra le potenze avanzate, gli Stati Uniti giocano in una categoria a parte. In quanto maggiore economia mondiale e attore militare più potente, godono di un’autonomia strategica di fatto, anche se mantenerla in un’epoca di relativo declino e di competizione sempre più aspra richiede sforzi e spese crescenti.
Una potenza media avanzata come la Francia rappresenta forse l’esempio più chiaro di un Paese che non solo promuove, ma pratica concretamente l’autonomia. Grazie al suo deterrente nucleare indipendente, a una rete diplomatica globale, a una solida industria della difesa e a una tradizione di politica estera autonoma, Parigi ha a lungo mantenuto la capacità di agire senza fare pieno affidamento su altri.
Nonostante il cambiamento di postura seguito alla Brexit, anche il Regno Unito conserva notevoli capacità autonome, sostenute da assetti militari, proiezione globale e una base industriale nel settore della difesa, pur restando strettamente allineato agli Stati Uniti.L’ambizione dell’Unione europea di raggiungere un’autonomia strategica rappresenta una versione collettiva di questa aspirazione. I leader europei sostengono sempre più che l’UE debba diventare un attore geopolitico in grado di difendere i propri interessi e valori senza un’eccessiva dipendenza dagli Stati Uniti. Il concetto di “autonomia strategica aperta” mira a conciliare l’indipendenza con il mantenimento di scambi globali e cooperazione internazionale.
Tuttavia, l’UE deve affrontare ostacoli significativi. Gli Stati membri differiscono per percezioni delle minacce, culture strategiche e capacità fiscali. Le industrie della difesa restano frammentate e i processi decisionali collettivi sono lenti. Raggiungere una vera autonomia richiederebbe ingenti investimenti e una profonda integrazione politica, obiettivi che incontrano spesso la resistenza dei governi nazionali, restii a cedere sovranità.
La spinta all’autonomia nella Maggioranza Globale
Tra le grandi potenze emergenti, l’India occupa una posizione unica. Definisce esplicitamente la propria politica estera in termini di autonomia strategica. Nuova Delhi collabora con più grandi potenze – cooperando con gli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, mantenendo storici legami militari con la Russia e partecipando a gruppi come i BRICS e il Quad – preservando al contempo la capacità di agire in modo indipendente quando necessario.
Dal punto di vista economico e demografico, l’India ha il potenziale per sostenere questa strategia, ma deve ancora colmare lacune nelle tecnologie avanzate, nella produzione militare e nelle infrastrutture. Il percorso verso una piena autonomia è ancora in corso; tuttavia, l’impegno politico e l’inclinazione culturale all’azione indipendente sono forti.
Anche la Turchia offre un esempio significativo. Nell’ultimo decennio, Ankara ha cercato di seguire una traiettoria più autonoma, bilanciando le relazioni tra NATO, Russia e potenze regionali. L’espansione del settore industriale della difesa e una politica regionale assertiva indicano un movimento verso l’autonomia. Al tempo stesso, le ambizioni turche mettono in luce i limiti delle potenze medie: instabilità economica e rischio di sovraestensione.
La recente politica estera dell’Arabia Saudita mostra anch’essa una ricerca di autonomia strategica. Riyadh ha diversificato le proprie alleanze, rafforzato i legami con la Cina e assunto un ruolo regionale più assertivo. Le sue ingenti risorse finanziarie le offrono margini di manovra, ma la dipendenza dai proventi petroliferi e una limitata capacità industriale interna ne limitano la profondità dell’autonomia.
Gli Stati più piccoli o meno sviluppati possono perseguire solo forme parziali di autonomia, concentrandosi su settori di nicchia come l’energia, il cibo o la cybersicurezza. Per essi, una piena indipendenza sarebbe troppo costosa e strategicamente imprudente. È più probabile che puntino a una “autonomia funzionale” in ambiti specifici, mantenendo alleanze in altri settori.
Autonomia in rete in un ordine multipolare
La ricerca dell’autonomia strategica difficilmente perderà slancio. In un mondo segnato da rivalità geopolitiche e competizione tecnologica, la capacità di agire in modo indipendente resta una misura centrale del potere statale. La sfida consiste nel perseguirla in modo intelligente: in maniera selettiva, cooperativa e consapevole dei suoi limiti economici e politici.
Piuttosto che cercare l’isolamento, molti Stati adottano oggi quella che può essere definita “autonomia in rete”: la capacità di agire autonomamente quando necessario, ma all’interno di partenariati flessibili e diversificati che riducono costi e rischi. Il linguaggio europeo dell’autonomia strategica aperta e la strategia indiana del multi-allineamento ne sono esempi emblematici.
Scenari
Più probabile: autonomia pragmatica e a più livelli nel prossimo decennio
L’aspirazione all’autonomia strategica diventa un obiettivo di politica quasi universale, ma la sua attuazione e il suo successo variano notevolmente. Gli Stati Uniti e la Cina, in quanto superpotenze dominanti, continueranno a operare con un’autonomia quasi totale, sfruttando in modo aggressivo strumenti economici e diplomatici per modellare l’ambiente globale a proprio vantaggio, cercando al contempo di limitare le azioni dell’altro.
Gli sviluppi più dinamici si registreranno tra le potenze di seconda fascia e quelle regionali. Paesi e blocchi regionali dotati di significativa scala economica e capacità diplomatica – come l’UE, l’India, il Giappone e il Brasile – faranno progressi concreti, seppur disomogenei. Diversificheranno con successo i partner commerciali, costruiranno catene di approvvigionamento resilienti in settori critici come l’energia pulita e i semiconduttori e rafforzeranno le proprie capacità di difesa indigene.
Questa autonomia sarà però pratica, non assoluta. Tali Stati resteranno profondamente integrati nell’economia globale attraverso un multi-allineamento selettivo, evitando una rigida politica di blocchi e interagendo con più attori per soddisfare le proprie esigenze.
Per la maggior parte degli Stati più piccoli, raggiungere un’autonomia strategica significativa resterà fuori portata. Privi delle risorse necessarie, saranno spinti verso una condizione di “dipendenza pragmatica”, costretti a scegliere quale patrono sostenere o a mantenere una fragile neutralità a costi economici elevati.
L’ordine globale risulterà quindi definito da sfere di influenza concorrenti, con una fascia intermedia flessibile di Stati che esercitano diversi livelli di sovranità. Questo esito è il più probabile perché riflette la traiettoria attuale: gli strumenti dell’autonomia strategica sono in fase di sviluppo, ma le disuguaglianze strutturali del sistema internazionale impediscono una transizione uniforme verso la piena indipendenza.
Meno probabile: blocchi frammentati e capacità d’azione ridotta
La rivalità tra Stati Uniti e Cina si intensifica drasticamente, andando oltre commercio e tecnologia fino a sfociare in una contrapposizione politica e militare più esplicita, che forza un irrigidimento delle alleanze globali. Lo spazio di manovra che oggi consente il multi-allineamento si riduce rapidamente e il sistema internazionale si biforca in due sfere tecnologiche ed economiche distinte e poco interoperabili, una guidata dagli Stati Uniti e l’altra dalla Cina.
In questo contesto, la capacità di autonomia strategica diminuisce sensibilmente per quasi tutti gli attori. Le potenze medie vedono drasticamente ridotte le proprie opzioni; i costi economici e di sicurezza del non schierarsi diventano proibitivi. L’UE, ad esempio, sarebbe costretta ad abbandonare la propria aspirazione all’autonomia strategica per ancorarsi pienamente al quadro NATO guidato dagli Stati Uniti. L’India subirebbe fortissime pressioni per porre fine al suo equilibrio diplomatico, compromettendo potenzialmente la propria autonomia faticosamente conquistata.
La dinamica del “con noi o contro di noi” tornerebbe con forza, rendendo quasi impossibile per qualsiasi Stato mantenere partenariati trasversali al nuovo “muro” geopolitico.
Questo scenario è meno probabile del modello a più livelli, poiché l’inerzia economica e diplomatica contro una netta spaccatura globale è enorme e la maggior parte delle nazioni ha forti incentivi a resistere a scelte binarie.
Tuttavia, uno shock geopolitico grave – come una crisi su Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale – potrebbe accelerare questa traiettoria, dimostrando che la stessa multipolarità che oggi favorisce l’autonomia può, sotto pressione estrema, anche restringerla.
Meno probabile in assoluto: un ordine internazionale unitario
La spinta verso l’autonomia strategica viene invertita dalla formazione di un nuovo consenso globale. Ciò potrebbe essere innescato da un evento catastrofico – come un disastro climatico, un collasso finanziario mondiale o persino la minaccia di un confronto nucleare legato al conflitto in Ucraina – talmente grave da rivelare i profondi limiti dell’autosufficienza nazionale e l’urgente necessità di un’azione multilaterale coordinata per la sopravvivenza collettiva.
Di fronte a una minaccia comune e senza confini, le grandi potenze ridurrebbero l’escalation della loro rivalità, rilanciando istituzioni internazionali robuste. Il bisogno percepito di soluzioni nazionali costose e inefficienti in ambiti come la sicurezza sanitaria, la tecnologia climatica e la stabilità finanziaria diminuirebbe, sostituito da una rinnovata fiducia in sistemi globali condivisi e in una cooperazione basata su regole comuni.
La spinta all’autonomia strategica, vista ormai come un fattore di frammentazione e come una concausa della crisi, perderebbe attrattiva. Pur offrendo una prospettiva auspicabile di rinnovata cooperazione globale, questo scenario resta il meno probabile nel breve-medio periodo.
I principali motori della competizione – la profonda sfiducia tra Washington e Pechino, tra le capitali europee e Mosca, la strumentalizzazione dell’interdipendenza e i rendimenti politici interni della retorica nazionalista – sono troppo potenti per essere superati da un improvviso ritorno all’idealismo cosmopolita entro l’arco di un decennio. Le forze della frammentazione dispongono oggi di uno slancio nettamente superiore a quelle dell’integrazione, rendendo una piena rinascita di un ordine cooperativo una possibilità lontana piuttosto che una realtà imminente.
Il prossimo decennio non produrrà un esito uniforme per l’autonomia strategica. Il percorso più probabile è quello della differenziazione. In questo contesto, il mondo è destinato ad assumere la forma di un mosaico complesso di attori sovrani, piuttosto che una netta divisione in blocchi o un ritorno a una comunità globale unipolare o fondata sulla condivisione multilaterale della sovranità.
Autore: Bob Savic – international trade and sanctions expert, EU trade and industry regulatory advisor, and a visiting professor of international relations at the University of Nottingham, UK.
Fonte: https://www.gisreportsonline.com/r/strategic-autonomy-3/



